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Mensaje del Papa Francisco del 3 de febrero de 2020 en el inicio de las celebraciones de los 150 años de la proclamación de Roma como capital de Italia el 3 de febrero de 1871

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALL'APERTURA DELLE CELEBRAZIONI DEI 150 ANNI DI ROMA CAPITALE

http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2020/documents/papa-francesco_20200203_messaggio-romacapitale.html

https://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2020/02/03/200203c.html

Boletín de la Oficina de Prensa de la Santa Sede, 3 de febrero de 2020

[El texto del Papa Francisco fue leído el 3 de febrero de 2020 por el cardenal Pietro Parolin, secretario de Estado, en la Ópera de Roma, coincidiendo con el inicio de las celebraciones del aniversario de la proclamación de Roma como capital de Italia el 3 de febrero de 1871].

Gentili Signori e Signore,

sono lieto di unirmi, come Vescovo di Roma, all’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale che, per iniziativa della Sindaco di Roma, on. Virginia Raggi, oggi iniziano alla presenza del Presidente della Repubblica. Ricordando l’evento di Roma Capitale, alla vigilia del Concilio Vaticano II, il Card. Montini ebbe a dire: «Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu […]. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti».[1] La proclamazione di Roma Capitale fu un evento provvidenziale, che allora suscitò polemiche e problemi. Ma cambiò Roma, l’Italia e la stessa Chiesa: iniziava una nuova storia.

In 150 anni, Roma è tanto cresciuta e cambiata: «da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica, nella quale convivono, accanto a quella cattolica visioni della vita ispirate a altri credo religiosi ed anche a concezioni non religiose dell’esistenza» (S. Giovanni Paolo IIDiscorso in Campidoglio, 15 gennaio 1998: Insegnamenti XXI,1 [1998], 115). La Chiesa, in questa vicenda, ha condiviso le gioie e i dolori dei romani. Vorrei, quasi in modo esemplificativo, ricordare almeno tre momenti di questa ricca storia comune.

Il pensiero va ai nove mesi dell’occupazione nazista della città, segnati da tanti dolori, tra il 1943 e il 1944. Dal 16 ottobre 1943, si sviluppò la terribile caccia per deportare gli ebrei. Fu la Shoah vissuta a Roma. Allora, la Chiesa, fu uno spazio di asilo per i perseguitati: caddero antiche barriere e dolorose distanze. Da quei tempi difficili, traiamo prima di tutto la lezione dell’imperitura fraternità tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica, da me ribadita nella visita al Tempio Maggiore di Roma. Inoltre siamo anche convinti, con umiltà, che la Chiesa rappresenti una risorsa di umanità nella città. E i cattolici sono chiamati a vivere con passione e responsabilità la vita di Roma, specie i suoi aspetti più dolorosi.

Vorrei ricordare, in secondo luogo, gli anni del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città accolse Padri conciliari, Osservatori ecumenici e tanti altri. Roma brillò come spazio universale, cattolico, ecumenico. Divenne città universale di dialogo ecumenico e interreligioso, di pace. Si vide quanto la città significhi per la Chiesa e per l’intero mondo. Perché, come ricordava lo studioso tedesco Theodor Mommsen a fine Ottocento: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti».[2]

Il terzo momento che vorrei ricordare è tipicamente diocesano, ma toccò la città: il cosiddetto convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974, voluto dall’allora Cardinale Vicario Ugo Poletti. In partecipate assemblee di popolo, ci si pose in ascolto dell’attesa dei poveri e delle periferie. Lì, si trattò di universalità, ma nel senso dell’inclusione dei periferici. La città deve essere la casa di tutti. È una responsabilità anche oggi: le odierne periferie sono segnate da troppe miserie, abitate da grandi solitudini e povere di reti sociali.

C’è una domanda d’inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, immigrati e rifugiati, vedono Roma come un approdo di salvezza. Spesso i loro occhi, incredibilmente, vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza. No, Roma è una grande risorsa dell’umanità! «Roma è una città di una bellezza unica» (Celebrazione dei Primi Vespri di Maria Ss.ma Madre di Dio, 31 dicembre 2013: Insegnamenti I, 2 [2013], 804). Roma può e deve rinnovarsi nel duplice senso dell’apertura al mondo e dell’inclusione di tutti. A questo la stimolano anche i Giubilei, e quello del 2025 ormai non è più lontano.

Non possiamo vivere a Roma “a testa bassa”, ognuno nei suoi circuiti e impegni. In questo anniversario di Roma Capitale, abbiamo bisogno di una visione comune. Roma vivrà la sua vocazione universale, solo se diverrà sempre più una città fraterna. Sì, una città fraterna! Giovanni Paolo II, che amò tanto Roma, citava spesso un poeta polacco: «Se tu dici Roma, ti risponde Amor». È quell’amore che non fa vivere per sé, ma per gli altri e con gli altri.

Abbiamo bisogno di riunirci attorno a una visione di città fraterna e universale, che sia un sogno proposto alle giovani generazioni. Tale visione è scritta nei cromosomi di Roma. Alla fine del pontificato, san Paolo VI disse: «Roma è l’unità, e non solo della gente italiana, ma erede dell’ideale tipico della civiltà in quanto tale e come centro tuttora della Chiesa Cattolica, cioè universale» (Angelus, 9 luglio 1978Insegnamenti XVI [1978], 541). Roma sarà promotrice di unità e pace nel mondo, quanto sarà capace di costruirsi come una città fraterna.

Celebriamo i 150 anni di Roma Capitale, storia lunga e significativa. Spesso la dimenticanza della storia si accompagna alla poca speranza di un domani migliore e alla rassegnazione nel costruirlo. Assumere il ricordo del passato spinge a vivere un futuro comune. Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo. Nel panorama internazionale, carico di conflittualità, Roma potrà essere una città d’incontro: «Roma parla al mondo di fratellanza, di concordia e di pace» – diceva Paolo VI (ibid.). Con tali sentimenti e speranze, formulo fervidi auguri per il futuro della città e dei suoi abitanti.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 febbraio 2020

Francesco

[1] “Studi Romani”, Anno X, settembre-ottobre 1962, n. 5, 502-505.

[2] Q. Sella, Discorsi parlamentari raccolti e pubblicati per deliberazione della Camera dei deputati, vol. I, Roma 1887, 292.


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MESSAGE OF THE HOLY FATHER FRANCIS
FOR THE 150th ANNIVERSARY OF ROME AS CAPITAL OF ITALY

Bulletin of the Holy See Press Office, 3 February 2020

https://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2020/02/03/200203c.html

Ladies and gentlemen,

I am pleased to join, as Bishop of Rome, in the opening of the celebrations of the 150th anniversary of Rome Capital which, on the initiative of the Mayor of Rome, Hon. Virginia Raggi, today begin in the presence of the President of the Republic. Remembering the event of Rome Capital, on the eve of the Second Vatican Council, Cardinal Montini said: “It seemed like a collapse; and for the pontifical territorial dominion it was [...]. But Providence, as we now see well, had arranged things differently, almost dramatically playing in the events”.[1] The proclamation of Rome as Capital was a providential event, which at the time caused controversy and problems. But Rome, Italy and the Church itself changed: a new history began.

Over these 150 years, Rome has grown and changed greatly, “from a homogeneous human milieu to a multiracial community where, in addition to the Catholic view of life, there coexist views inspired by other religious creeds and even by non-religious concepts of existence” (Saint John Paul II, Address during visit to the Capitoline Hill, seat of Rome’s municipal government, January 15, 1998). The Church, in this affair, has shared the joys and sorrows of the Romans. I would like, almost as an example, to recall at least three moments of this rich common history.

My thoughts turn to the nine months of the Nazi occupation of the city, marked by so much pain, between 1943 and 1944. From 16 October 1943, the terrible persecution for the deportation of the Jews developed. It was the Shoah experienced in Rome. At that time, the Church was an asylum for the persecuted: ancient barriers and painful distances fell. From those difficult times, let us first of all draw the lesson of the everlasting fraternity between the Catholic Church and the Jewish community, which I reaffirmed in my visit to the Major Temple in Rome. We are also convinced, with humility, that the Church represents a resource of humanity in the city. And Catholics are called to live the life of Rome with passion and responsibility, especially its most painful aspects.

I would like to recall, secondly, the years of Vatican Council II, from 1962 to 1965, when the city welcomed the Council Fathers, ecumenical observers and many others. Rome shone as a universal, Catholic, ecumenical space. It became a universal city of ecumenical and interreligious dialogue, of peace. One saw how much the city meant for the Church and for the whole world. Because, as the German scholar Theodor Mommsen recalled at the end of the nineteenth century: “one is not without cosmopolitan intentions in Rome”[2] .

The third moment that I would like to remember is typically diocesan, but it touched the city: the so-called conference on the “evils of Rome” in February 1974, at the behest of the then-Cardinal Vicar Ugo Poletti. In well-attended assemblies of the people, the expectations of the poor and the peripheries were heard. There, it was a question of universality, but in the sense of the inclusion of the peripheries. The city must be home to everyone. It is a responsibility today too: today’s suburbs are afflicted by too many miseries, inhabited by great loneliness and poor in terms of social networks.

There is a demand for inclusion written in the lives of the poor and those who, as immigrants and refugees, see Rome as a port of salvation. Often their eyes, incredibly, see the city with more expectation and hope than we Romans who, because of the many daily problems we face, look at it in a pessimistic way, as if it were destined to decline. No, Rome is a great resource of humanity! “Rome is a city of unique beauty” (Celebration of First Vespers of Mary, Mother of God, 31 December 2013: Insegnamenti I, 2 [2013], 804). Rome can and must renew itself in the twofold sense of openness to the world and the inclusion of all. The Jubilees also stimulate this, and that of 2025 is no longer far away.

We cannot live in Rome “with our heads down”, each in his own circuits and commitments. On this anniversary of Rome Capital, we need a common vision. Rome will live its universal vocation, only if it becomes an increasingly fraternal city. Yes, a fraternal city! John Paul II, who loved Rome so much, often quoted a Polish poet: “If you say Rome, Love answers you”. It is that love that does not make people live for themselves, but for others and with others.

We need to gather around a vision of a fraternal and universal city, which is a dream proposed to the younger generations. Such a vision is written in the chromosomes of Rome. At the end of his pontificate, Saint Paul VI said: “Rome is unity, and not only of the Italian people, but heir to the ideal typical of civilization as such and as the centre, still today, of the Catholic Church, that is, universal” (Angelus, 9 July 1978: Insegnamenti XVI [1978], 541). Rome will be a promoter of unity and peace in the world, inasmuch as it will be able to build itself as a fraternal city.

Let us celebrate 150 years of Rome Capital, a long and significant history. Often forgetfulness of history is accompanied by meagre hope for a better tomorrow and resignation in building it. Taking on the memory of the past inspires us to live a common future. Rome will have a future if we share the vision of a fraternal, inclusive city, open to the world. On the international scene, full of conflict, Rome could be a city of encounter: “Rome speaks to the world of brotherhood, harmony and peace” - said Paul VI (ibid.). With such feelings and hopes, I express my fervent wishes for the future of the city and its inhabitants.

Rome, Saint John Lateran, 3 February 2020

 

FRANCIS



[1] “Studi Romani”, Year X, September-October 1962, no. 5, 502-505.

[2] Q. Sella, Discorsi parlamentari raccolti e pubblicati per deliberazione della Camera dei deputati, vol. I, Rome 1887, 292.


*Bulletin of the Holy See Press Office, 3 February 2020



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Trad de la máquina de Google:

MENSAJE DEL SANTO PADRE FRANCISCO
EN EL 150 ANIVERSARIO DE ROMA COMO CAPITAL DE ITALIA

 

Damas y caballeros,

Me complace unirme, como obispo de Roma, a la inauguración de las celebraciones del 150 aniversario de Roma Capital que, por iniciativa de la alcaldesa de Roma, Hon. Virginia Raggi, hoy comienza en presencia del Presidente de la República. Recordando el evento de Roma Capital, en la víspera del Concilio Vaticano II, el cardenal Montini dijo: “Parecía un colapso; y para el dominio territorial pontificio lo fue [...]. Pero la Providencia, como ahora vemos bien, había organizado las cosas de manera diferente, casi dramáticamente jugando en los eventos ”. [1] La proclamación de Roma como Capital fue un evento providencial, que en ese momento causó controversia y problemas. Pero Roma, Italia y la Iglesia misma cambiaron: comenzó una nueva historia.

A lo largo de estos 150 años, Roma ha crecido y cambiado enormemente, "de un entorno humano homogéneo a una comunidad multirracial donde, además de la visión católica de la vida, coexisten opiniones inspiradas en otros credos religiosos e incluso en conceptos no religiosos de la existencia. "(San Juan Pablo II,  Discurso durante la visita al Capitolio, sede del gobierno municipal de Roma , 15 de enero de 1998). La Iglesia, en este asunto, ha compartido las alegrías y las penas de los romanos. Me gustaría, casi como ejemplo, recordar al menos tres momentos de esta rica historia común.

Mis pensamientos se vuelven a los nueve meses de la ocupación nazi de la ciudad, marcada por tanto dolor, entre 1943 y 1944. Desde el 16 de octubre de 1943, se desarrolló la terrible persecución por la deportación de los judíos. Fue la Shoah experimentada en Roma. En ese momento, la Iglesia era un asilo para los perseguidos: cayeron antiguas barreras y distancias dolorosas. De esos tiempos difíciles, primero saquemos la lección de la eterna fraternidad entre la Iglesia Católica y la comunidad judía, que reafirmé en mi visita al Templo Mayor de Roma. También estamos convencidos, con humildad, de que la Iglesia representa un recurso de la humanidad en la ciudad. Y los católicos están llamados a vivir la vida de Roma con pasión y responsabilidad, especialmente sus aspectos más dolorosos.

Me gustaría recordar, en segundo lugar, los años del Concilio Vaticano II , de 1962 a 1965, cuando la ciudad dio la bienvenida a los Padres del Concilio, a los observadores ecuménicos y a muchos otros. Roma brilló como un espacio universal, católico y ecuménico. Se convirtió en una ciudad universal de diálogo ecuménico e interreligioso, de paz. Uno vio cuánto significaba la ciudad para la Iglesia y para el mundo entero. Porque, como recordó el erudito alemán Theodor Mommsen a fines del siglo XIX: "no se carece de intenciones cosmopolitas en Roma" [2] .

El tercer momento que me gustaría recordar es típicamente diocesano, pero tocó la ciudad: la llamada conferencia sobre los "males de Roma" en febrero de 1974, a instancias del entonces cardenal Vicario Ugo Poletti. En las asambleas populares de personas, se escucharon las expectativas de los pobres y las periferias. Allí, era una cuestión de universalidad, pero en el sentido de la inclusión de las periferias. La ciudad debe ser el hogar de todos. Hoy también es una responsabilidad: los suburbios de hoy están afectados por demasiadas miserias, habitadas por una gran soledad y pobres en términos de redes sociales.

Hay una demanda de inclusión escrita en la vida de los pobres y de aquellos que, como inmigrantes y refugiados, ven a Roma como un puerto de salvación. A menudo, sus ojos, increíblemente, ven la ciudad con más expectativa y esperanza que los romanos que, debido a los muchos problemas diarios que enfrentamos, la miran de una manera pesimista, como si estuviera destinada a declinar. ¡No, Roma es un gran recurso de la humanidad! "Roma es una ciudad de belleza única" ( Celebración de las primeras vísperas de María, Madre de Dios, 31 de diciembre de 2013 : Insegnamenti I, 2 [2013], 804). Roma puede y debe renovarse en el doble sentido de apertura al mundo y la inclusión de todos. Los Jubileos también estimulan esto, y el de 2025 ya no está muy lejos.

No podemos vivir en Roma "con la cabeza gacha", cada uno en sus propios circuitos y compromisos. En este aniversario de Roma Capital, necesitamos una visión común. Roma vivirá su vocación universal, solo si se convierte en una ciudad cada vez más fraterna. ¡Sí, una ciudad fraterna! Juan Pablo II , que amaba tanto a Roma, a menudo citaba a un poeta polaco: "Si dices Roma, el amor te responde". Es ese amor que no hace que las personas vivan para sí mismas, sino para los demás y con los demás.

Necesitamos reunirnos en torno a una visión de una ciudad fraterna y universal, que es un sueño propuesto a las generaciones más jóvenes. Tal visión está escrita en los cromosomas de Roma. Al final de su pontificado, San Pablo VI dijo: "Roma es la unidad, y no solo del pueblo italiano, sino heredero del ideal típico de la civilización como tal y como el centro, aún hoy, de la Iglesia Católica, es decir , universal ”( Ángelus , 9 de julio de 1978: Insegnamenti XVI [1978], 541). Roma será un promotor de la unidad y la paz en el mundo, en la medida en que podrá construirse como una ciudad fraterna.

Celebremos 150 años de Roma Capital, una historia larga y significativa. A menudo, el olvido de la historia va acompañado de la escasa esperanza de un mejor mañana y la resignación para construirlo. Asumir la memoria del pasado nos inspira a vivir un futuro común. Roma tendrá un futuro si compartimos la visión de una ciudad fraterna, inclusiva, abierta al mundo. En la escena internacional, llena de conflictos, Roma podría ser una ciudad de encuentro: "Roma habla al mundo de la fraternidad, la armonía y la paz" - dijo Pablo VI ( ibid .). Con tales sentimientos y esperanzas, expreso mis fervientes deseos para el futuro de la ciudad y sus habitantes.

Roma, San Juan de Letrán, 3 de febrero de 2020

 

FRANCISCO



[1] "Studi Romani", año X, septiembre-octubre de 1962, núm. 5, 502-505.

[2] P. Sella,  Discorsi parlamentari raccolti e pubblicati per deliberazione della Camera dei deputati , vol. Yo, Roma 1887, 292.


* Boletín de la Oficina de Prensa de la Santa Sede, 3 de febrero de 2020



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